Ricordando Giovanni Padovano
MOLA – Una serata sicuramente non basta a tracciare il profilo di Giovanni Padovano, che ha bene o male permeato di sé quasi un ventennio di vita politico-amministrativa molese.
E non fa eccezione certo quella a cui si è assistito sere fa al Castello angioino, “ristretta” in situazioni dove visioni di parte facevano capolino qui e là.
Giovanni Padovano nasce giovanissimo alla politica, unitamente al suo amico e compagno di tante battaglie, Vito Dellegrazie, con il quale ha sempre avuto nel corso degli anni un sostanziale e continuo rapporto sinergico. Impossibile fare la storia politica dell’uno senza toccare quella dell’altro.
Entrambi si iscrivono alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, pur seguendo due indirizzi diversi: Scienze Politiche, Padovano; Giurisprudenza, Dellegrazie. Entrambi vengono proiettati giovanissimi, con le amministrative del ’64, in Consiglio comunale. E mentre Vito Dellegrazie assume sempre più saldamente nelle sue mani la gestione politico-amministrativa della Democrazia Cristiana molese, Giovanni Padovano assume di contro, giovanissimo Sindaco, la guida di una coalizione Dc-Pri, “il centro-sinistra ante litteram”, come fu definito abbastanza impropriamente da qualcuno.
Un’Amministrazione centrista, in fondo, come lo erano state le precedenti.
La presenza di Vitantonio Barbanente, nume tutelare o padre-padrone che dir si voglia della Democrazia Cristiana, si fa

Un giovane Vito Dellegrazie, segretario politico della Dc, in una riunione di partito. Si riconoscono, da sinistra, Matteo Fantasia, Vito Lattanzio, Vitantonio Barbanente (Foto Archivio Pino Ruggiero)
ovviamente sentire. Da parte dei nuovi arrivi si cerca di recuperare spazi autonomi di manovra, secondo una diversa sensibilità politica che pur formatasi durante gli anni più duri della guerra fredda comincia a risentire ormai della nuova atmosfera politica e sociale.
Punta di forza dell’Amministrazione continua ad essere lo sviluppo dell’edilizia scolastica, che vede definitivamente scomparire a Mola l’utilizzazione dei doppi turni.
L’edilizia comincia a galoppare. Quella pubblica vede la realizzazione, grazie alla «167», di alloggi economico-popolari in cooperativa. Quella privata parte o riparte senza molte regole, realizzando opere spropositate per il contesto socio-urbanistico molese, che restano ancora oggi come veri e propri “pugni negli occhi”. Il piano regolatore generale è ancora di là da venire, ma il paese si dota di uno strumento urbanistico (il programma di fabbricazione) che permette una certa regolamentazione dello sviluppo urbanisti del paese, pur conservando un Regolamento edilizio risalente agli Anni Venti.
E’ la “corsa all’appartamento”, che porta a disprezzare e ad abbandonare senza tanti problemi, abbagliati dalle comodità della nuova conformazione abitativa, i vecchi alloggi nei quali intere generazioni hanno vissuto la loro esistenza. Alloggi che decenni dopo, opportunamente ripristinati, torneranno ad avere una loro intrinseca attrattiva.
La prima Amministrazione Padovano dura tranquillamente per tutti i cinque anni del mandato. Anzi, qualcuno in più. Il Parlamento, infatti, ha istituito nel 1967 l’Ente Regione e il voto per l’elezione dei suoi organi politico-amministrativi è previsto per la primavera del 1970. Il voto regionale porta quindi ad allungare la vita alle Amministrazioni locali scadenti naturalmente nel 1969 ancora di un anno.
Sei anni di Amministrazione ininterrotta: non si ripeterà mai più.
Il 1970/’75 è la legislatura del Centro-sinistra. La nuova formula politica, che ha visto l’ingresso dei socialisti nella gestione del potere (la famosa «stanza dei bottoni» di nenniana memoria), è già in vita da un bel pezzo a livello nazionale.
A Mola arriva con sette/otto anni di ritardo, grazie anche ad un gruppo della sinistra interna democristiana (Capotorto, Gianfrate, Ruggiero) che forza un po’ la mano al direttivo democristiano, prima ancora di cominciare la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale.
I contatti con esponenti socialisti, a cominciare con il segretario “storico” del Psi molese, Nicola Tribuzio, avvengono nelle sale del Palazzo Alberotanza al cui pianoterra la Democrazia Cristiana ha la sua sede. La prospettiva dell’alleanza nel nuovo quinquennio amministrativo, «Vi stavamo aspettando», dice Nicola Tribuzio, segretario del Psi molese all’inizio dei colloqui, permette di avere poi una campagna elettorale senza grosse asperità.
Ma se per le elezioni comunali e provinciali non si registrano non si registrano “morti” (politicamente parlando), per le regionali è un altro discorso.
Il 1970 è, infatti, l’anno di istituzione delle Regioni. Un Ente nuovo di zecca, atteso da anni. Le candidature per questo nuovo Ente avvengono per trasmigrazione dai vari Comuni ma soprattutto dalla Provincia, da dove provengono buona parte delle candidature o perlomeno quelle più “pesanti”. La lotta, quindi, per essere eletti in questo nuovo Consiglio è decisamente aspra.
A Mola la Democrazia Cristiana registra la vittoria al Comune e alla Provincia, dove Vito Antonio Dellegrazie viene eletto consigliere per la prima volta. Ma registra, di contro, una bruciante sconfitta per il suo candidato regionale, Vitantonio Barbanente, nume tutelare della Dc molese. Barbanente aveva lasciato per la candidatura regionale quella per l’Amministrazione provinciale, dove aveva potenzialmente tutti i numeri per poter fare il Presidente, dopo aver fatto per svariati anni l’assessore.
La candidatura di Barbanente alla regione è l’occasione, grazie al meccanismo delle preferenze, di un regolamento di conti in paese e in casa democristiana specialmente, dando inizio così al suo interno ad un disagio che aumenterà con gli anni e che bene o male si ripercuoterà nella vita generale del paese.
Il Centro-sinistra si fa, come pattuito, dopo le elezioni ma dall’alleanza viene escluso il Partito repubblicano. I socialisti non lo vogliono, ritenendo che abbia svolto un ruolo troppo discutibile ed inaccettabile per loro negli anni precedenti. La Democrazia Cristiana non se la sente di abbandonare il suo alleato di sempre, ma alla fine le resistenze si piegano e il Pri resta fuori.

Campagna referendaria sulla abrogazione della legge sul divorzio. Da sinistra, Giovanni Padovano, Vito Dellegrazie, il sen. Luigi Russo, gli on.li Enzo Sorice e Maria Miccolis e VItantonio Barbanente. (Foto Archivio Pino Ruggiero)
Nasce quindi un bicolore Dc-Psi, guidato dal democristiano Giovanni Padovano, che andrà avanti per tutti i cinque anni, arrivando così alla fine del quinquennio tra gioie e dolori.
Dolori come quelli causati dalla ”questione Gaslini”, che avvelenerà l’atmosfera politica per diversi anni. O il crollo della scuola di via San Giuseppe, proprio il giorno festoso della concessione della cittadinanza onoraria a Eduardo De Filippo, che solo l’ottuso giustizialismo del Partito Comunista non permise al paese di Mola di riavere in breve tempo un istituto funzionante, senza alcun costo aggiuntivo. Imponendo a consiglieri alla fin fine timorosi di esporsi personalmente ed inutilmente , vista la richiesta pervicacemente urlata in Consiglio dal gruppo comunista, il ricorso alla magistratura ordinaria per accertare chissà quali responsabilità. Un ricorso alla magistratura che otterrà alla fine il solo risultato di perdere, come suol dirsi, “incenso e capitale”. Il Comune di Mola, infatti, avrà negli anni giudiziariamente torto marcio su tutti i fronti.
O come i fatti del settembre ’72, quando con la venuta di De Filippo a Mola scoppiarono i rapporti che ruotavano più o meno scopertamente intorno al rinato teatro comunale e all’affidamento della sua gestione. Una situazione conflittuale che vide attori partiti politici, amministratori ee gruppi teatrali, con una lacerazione profonda di rapporti pubblici e privati.
Emblematica cartina di tornasole, come scrivemmo poi su «La Sveglia», di come veniva condotta la lotta politica a Mola.
Successivamente nessuna altra Giunta durerà tanto, almeno fino alla riforma elettorale che porterà all’elezione diretta del Sindaco. I tempi stanno decisamente cambiando.
Dopo l’introduzione storico-politica di Guido Lorusso, necessariamente sommaria e non priva, proprio per questo e non certo per colpa del suo autore a cui va sicuramente dato atto dell’impegno positivamente profuso, di alcune imprecisioni, altri si sono occupati di altri aspetti della figura di Giovanni Padovano.
Giovanna Ungaro ne ha ricordato i tratti privati di ragazzo e di adolescente, con ricchezza di aneddoti rivenienti da ricordi familiari, felicemente arricchiti dall’intervento finale della figlia maggiore di Giovanni, Ilaria.
Piero Rotolo, che ha condiviso gli ultimi anni del suo impegno in un settore, quello dell’attività musicale, a lui inizialmente “estraneo”, ha ricordato le sue gioie e le sue preoccupazioni nell’impegnarsi in cose che lo intrigavano e lo appassionavano.
Gregorio Lepore, assessore per tanti anni nelle Giunte Padovano, ha rievocato vari momenti di questa esperienza, mentre Stefano
Gaudiuso ha ricordato gli anni giovanili trascorsi in Azione Cattolica nell’associazione “San Pancrazio” presso la parrocchia di San Domenico.
Decisamente un po’ forzata, se non proprio esagerata, ci è sembrata comunque l’affermazione, a cui forse fa velo la lente della successiva militanza politica, che nella campagna elettorale amministrativa del 1964 l’allora parroco don Bruno aveva costituito un vero e proprio comitato per contrastare la candidatura di Giovanni Padovano, non condivisa, avendo invece a cuore un’altra, quella di Antonio Marinelli.
Propensione, d’altra parte, più che comprensibile. Antonio Marinelli era presidente degli Uomini di Azione Cattolica e con lui sicuramente don Bruno aveva una maggiore frequentazione e una maggiore affinità di rapporti. E quindi, di conseguenza, aveva nei suoi confronti una oggettiva maggiore fiducia, secondo ovviamente il suo modo di pensare, che non verso un giovane alle prime armi quale, in fondo, Giovanni Padovano in quel momento era.

Giovanni Padovano ad una manifestazione dell'Agimus, l'associazione in cui avea profuso l'ultimo suo impegno pubblico (Foto Pino Ruggiero)
Non ci sembra molto credibile, quindi. Don Bruno non aveva bisogno di creare un comitato. Ce l’aveva già il Comitato. Potente, potentissimo. Così come erano potenti e potentissimi i Comitati Civici delle altre parrocchie. Non c’era assolutamente bisogno di alcun altro comitato. Chi ha vissuto quegli anni, chi ha respirato quell’aria, chi ha lavorato nei Comitati Civici, sa di cosa stiamo parlando.
E la relativa inesorabile e falcidiante lotta delle preferenze è stata sempre un efficace strumento di selezione a disposizione sia del Comitato Civico che degli avversari dello stesso. Ed ha sempre fatto la differenza in ogni campagna elettorale.
L’ultima esperienza amministrativa è forse la più travagliata per i tanti problemi interni ed esterni alla maggioranza ed alla stessa Democrazia Cristiana. Tanto che si arriva all’attuazione di una famigerata “staffetta” politico-amministrativa nell’ambito della sola Democrazia Cristiana nel gennaio 1988.
E proprio a quest’ultima non molto felice esperienza abbiamo dedicato un piccolo saggio, in occasione del primo anniversario della sua scomparsa, pubblicato nel numero di settembre 2003 de «La Sveglia». Così come è stata pubblicata lì e altrove la cronologia
ripubblicata ultimamente senza alcuna indicazione della fonte originaria. Così come invece ha correttamente fatto Nello Rago in un suo ultimo intervento.
Non ci risulta che in questi anni ci siano stati in merito altri interventi storico-giornalistici o di qualsiasi altra natura.
Alla figura di Giovanni Padovano sono legati tanti importanti avvenimenti: dalla metanizzazione, che costituisce alla fine degli anni Sessanta una indubbia modernizzazione del paese di Mola, ai vari strumenti urbanistici che si susseguono nel tempo, come il programma di fabbricazione, il piano regolatore generale, il primo piano pluriennale di attuazione. Per non parlare della politica scolastica e culturale che vede, per esempio, la storica scomparsa dei doppi turni nelle scuole e il restauro del teatro comunale «Van Westerhout».
Politico della Prima Repubblica, è visibilmente a disagio in questa presunta Seconda che vede il degrado della politica, la scomparsa dei partiti e l’affermarsi di uno sconcertante e pericoloso personalismo.
Un’ultima possibilità di rientrare attivamente nella vita politico-amministrativa si prospetta nel 1996, al momento di designare il
candidato sindaco nell’ambito del centro-sinistra. L’ipotetica candidatura unitaria dell’ex sindaco Giovanni Padovano naufraga decisamente grazie anche, al di là delle asserite valutazioni storico-politiche, a reminiscenze personalistiche, specie di qualche esponente socialista, che fanno oggettivamente massa con il fatto che lo stesso Padovano aspira alla unanimità dei consensi (cosa difficilissima, in verità, da ottenere) e non ad una larga intesa sul suo nome.
Tra i fondatori del Partito Popolare a Mola, non riesce a capacitarsi dell’assenza di partecipazione politica e quindi di controllo e indirizzo della gestione politico-amministrativa del paese.
Anche questo, e lo dice chiaramente agli amici con cui continua ad intrattenersi, contribuisce ad allontanarlo dalla vita politica che lo circonda.
Pino Ruggiero





